Chi, come me, ha vissuto quella stagione in modo intenso seguendo la propria squadra ovunque, in casa in trasferta e negli allenamenti, saprà che si sono vissuti momenti bellissimi, forse indimenticabili, e mi sembrava giusto raccogliere tutti gli elementi possibili per tentare di rivivere quelle stesse emozioni. La mia mente è ricchissima di ricordi ma, più della grande festa finale, rimane indelebile la trasferta a Torino contro la Juve che diede a tutti noi la consapevolezza che quello poteva essre l'anno buono. Ricordo una stadio stracolmo, dove i poveri tifosi juventini erano ristretti alla loro curva e poco altro, il resto era azzurro. Mi resi conto prima dell'inizio che attorno a me si parlava, oltre che in napoletano, anche in siciliano e calabrese. Molti vivevano a Torino da anni e per loro quella era una rivincita piccola, ma nello stesso tempo enorme. Nonostante stessimo giocando bene all'inizio del secondo tempo segnò Laudrup e pensai: "..è destino, non vinceremo mai". Ma il Napoli, spinto da un Bagni gigantesco, cominciò a giocare come non avevo mai visto nella mia vita, schiacciò la Juve nella propria area ma Tacconi parava di tutto. Finalmente pareggiò Ferrario e cominciai a credere che saremmo riusciti a portare a casa un punto. Poco dopo, calcio d'angolo per il Napoli, la curva urlava:"due! due! due!"; io pensai:"beh, non esagariamo, mi va bene anche il pareggio". Batte Maradona, prolunga Renica, Giordano a volo: Gol. Boato. Rimasi impietrito, non riuscivo neanche ad esultare. Nel caos, un ragazzo di Siracusa accanto a me mi offrì da bere dalla sua bottiglina di Cognac; mentre la sorseggiavo per riprendermi, vidi davanti a me un uomo che abbracciava fortissimo suo figlio gridando: "vincimm', vincimm'"; il ragazzo, con la sciarpa del Napoli al collo e con l'accento torinese gli urlava "siamo forti, papà!". Il viaggio di ritorno in pullmann durò un attimo, ed al casello, al mattino presto, trovammo ad attenderci molti tifosi che non erano riusciti a venire a Torino che, attraverso i finestrini, ci passarono di tutto: caffè, giornali, sciarpe. Eravamo anche noi eroi. Per un giorno.

 

Gianni Mariani

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