home.                         (Omaggio all'indimenticabile opera del regista di culto Robert Bresson)

Le diable probablement...
Il cinema rigoroso e ascetico di Robert Bresson
 

                 ' Il cinema è l'arte di non mostrare niente ' - Robert Bresson.
 

Quello di Bresson è un cinema spietatamente antispettacolare, concentrato e teso nello strenuo tentativo di essere puro ed incontaminato, nell'ossessione di essere autentico. In quarant'anni di cinema (dai primi due più tradizionali lungometraggi fino alla rarefazione quasi antifigurativa de L'argent, il suo ultimo film) il regista ha inseguito incessantemente l'idea di una visione nuda, primigenia – in quella paradossale alchimia di primitività e rigore algebrico che sorregge, dal di dentro, ogni sua inquadratura – di un'integrale rifondazione dello sguardo: un progressivo (perché graduale) e regressivo (perché diretto all'origine, a prima della contaminazione spettacolare) depuramento Mouchettedell'atto del guardare, fino a raggiungere la più spoglia delle immagini del mondo, la più povera di artifici, l'immagine-cellula che guarda il reale e ne coglie il senso profondo. La nettezza dello sguardo – depurato in senso ottico e morale -, la sua identità pre-storica, preistorica, si delineano come fondamenti di un cinema di (disperata) resistenza, volto alla decifrazione di un mondo opaco e indifferente, volgare ed oppressivo, violento in ogni sua manifestazione. Il mondo di Bresson è un campo di battaglia: il luogo dove quotidianamente si consuma lo scontro frontale e definitivo tra una realtà plumbea e brutale ed una individualità ribelle e pura (un prete di campagna o un condannato a morte, un asino o una ragazzina,…); il luogo di un metafisico, apocalittico contrasto tra il Male e la Grazia. In questo mondo che ha definitivamente smarrito il senso ed il valore del sacro, si consuma ogni giorno il dramma ancestrale della cancellazione dell'innocenza. Isolato, ripudiato, escluso, portatore di una spiritualità dolorosa, di un'interiore esigenza di autenticità che solo nella negazione e nella sofferenza può trovare la Grazia, l'uomo di Bresson è un prigioniero del mondo: un recluso, ridotto in spazi angusti e soffocanti (la casa di Agnes in Perfidia, quella del curato nel Diario di un curato di campagna; la stanzetta del ladro Michel in Pickpocket; la baracca di Mouchette; lo studio di Jacques in Quattro notti di un sognatore), spesso dichiaratamente imprigionato (Therese ne La conversa di Belfort, Fontaine nel Condannato a morte, Giovanna nel Processo di Giovanna d'Arco, l'operaio Yvon ne L'argent) o preso in trappola (la casa in cui viene stuprata Marie in Au Hazard Balthazar; le allegorie venatorie di Mouchette). Ma l'eroe di Bresson è un prigioniero/nomade, paralizzato, invischiato nella volgare ottusità del reale e insieme posseduto dal demone di un'erranza scossa, di un irrequieto vagabondare, tracciato lungo la linea di un'insopprimibile ansia di liberazione. Le strade fangose della provincia rurale, battute dal macerato prete di campagna, dall'asinello Balthazhar, da Mouchette che si perde nella foresta; i cortili recintati della fortezza, percorsi con gli occhi, studiati in ogni minimo dettaglio nelle camminate quotidiane del condannato; infine la città, caotica in Pickpocket, onirica ed acquatica in Quattro notti di un sognatore, indifferente in Il diavolo probabilmente… e in L'argent. In questi luoghi privi di Grazia, territori opachi, ciechi, posseduti dalla violenza e dall'odio (potentemente raffigurati negli spazi demitizzati, concreti, perfino meschini di Lancillotto e Ginevra), si muove l'eroe/nomade di Bresson, misurandone l'entropia dei valori. A guidarlo attraverso lo sfacelo morale e storico della modernità - di cui sconterà l'orrore - saranno una ferma, inespressiva disperazione, i percorsi tracciati dal Caso, la definitiva indecifrabilità dell'esistenza ("Il vento soffia dove vuole" recita il versetto giovanneo recapitato al condannato a morte dal Pastore Deleyris ). Bresson esordisce nella regia nel 1934, a ventisettenne anni, con un mediometraggio di derivazione surrealista intitolato Affaires Publiques. Perduto durante la guerra, divenuto invisibile per circa quarant'anni ma recuperato nel 1986 da Claudine Kaufman, responsabile della Cinematheque Francaise, il film (il cui protagonista era una stella del circo francese, il clown Beby) non è che un curioso, divertito esperimento, con cui Bresson si accosta al cinema per la prima volta. Durante la guerra e dopo l'esperienza della prigionia in un campo tedesco (durata diciotto mesi, tra il '40 e il '41), Bresson scrive (con Jean Giraudoux, da un testo di Bruckberger) e dirige La conversa di Belfort, che esce nel 1943. Sobrietà, rigore compositivo (la magnifica costruzione visiva dell'ambiente conventuale, chiuso in una rarefatta ed uniforme predominanza del bianco, splendidamente fotografato da Philippe Agostini), la contrapposizione tra Bene e Male, la definizione di figure ribelli, il sacrificio - tutti motivi cardinali del futuro cinema bressoniano - sono già presenti in maniera evidente. Tratto da un episodio di Jacques il fatalista e il suo padrone di Diderot, Perfidia esce nel 1945: Bresson (come farà sempre) firma la sceneggiatura, Cocteau i dialoghi. Il film è un'importante opera di transizione nel cammino artistico del cineasta. Pur inquadrata – come già per La conversa – in un impianto drammaturgico tradizionale, la regia di Bresson, geometrica ed essenziale, comprime le potenzialità melodrammatiche della vicenda, rimarcando in modo netto, anche attraverso un accurato uso dei bianchi e dei neri, la dialettica radicale delle forze in gioco (la ricca e diabolica Helene, la vittima Agnes). Nel 1950 Bresson comincia a scrivere le Note sul Cinematografo, in cui delinea con aforistica chiarezza (in un arco di tempo di oltre venticinque anni) le linee portanti della sua estetica, centrata sul definitivo allontanamento dalle forme cinematografiche tradizionali.
La sofferenza fisica e morale, l'impotenza dell'uomo di fronte alla sorda indifferenza del reale, la solitudine, il raccoglimento, il martirio come forma di conoscenza sono i motivi dominanti de Il diario di un curato di campagna, 1951, tratto dal romanzo omonimo di Bernanos. Sorretto da una spiritualità autentica ed innocente, macerato in un ascetismo doloroso, sospinto infine da una combattiva volontà di comprendere e sostenere il prossimo, il curato di Ambricourt offre il proprio sacrificio mistico ad un mondo chiuso e abbandonato a se stesso, percorso dall'odio e dall'egoismo, indecifrabile in ogni sua manifestazione. Bresson legge Bernanos attraverso un processo di depurazione narrativo/compositiva, pur restando attaccato al testo di partenza e cogliendone in pieno l'essenza religiosa e morale. La voce over (i brani dal diario), sovrapponendosi al percorso visivo (l'impossibilità di salvare il prossimo da parte del giovane prete) segna alla perfezione la distanza che separa l'agire e l'essere del curato. Geometrico, teso allo spasimo, caratterizzato da una rigorosissima orchestrazione narrativa (campi stretti, soggettive, dissolvenze, ellissi, calibrati in un ordine visivo sorprendente).
Un condannato a morte è fuggito, 1956, ispirato ad un articolo autobiografico di André Devigny, è il primo film del regista interamente privo di attori professionisti. Pur trasferendo in una dimensione storica definita (la Lione del 1943, occupata dai nazisti) l'idea del Male, Bresson ne segue l'evoluzione in senso metafisico, derivandone una riflessione sulla libertà, un saggio filosofico sul rapporto tra la prigionia dell'esistenza e la salvezza. La fortezza è apparentemente inespugnabile: Fontaine possiede solo volontà e pensiero, l'intima concentrazione e la resistenza quotidiana. Ma soprattutto possiede una manualità paziente e minuziosa - su cui Bresson concentra il suo sguardo essenziale - che lo porterà, momento dopo momento, fuori dalla fortezza. Pickpocket (che reca in sé provati riferimenti al Delitto e castigo di Dostoevskij) esce nel 1959 e l'arte di Bresson si definisce sempre più nettamente in direzione di un'integrale astrazione visiva. Sullo fondo di una Parigi aerea e luminosa, il cineasta francese mette in immagini il tormentato cammino morale/esistenziale di un ladro, dalla perdizione alla salvezza. Esposizione secca e frammentata, voce over come momento fondante del percorso narrativo (ne è alla base di nuovo una forma di scrittura: il diario del ladro), grande leggerezza espressiva: la manualità di Michel (impeccabile come quella di Fontaine), magnificamente orchestrata nella sequenza dei furti alla Gare de Lyon, si delinea come orgogliosa volontà di affermazione nei confronti di una dimensione esistenziale misera e deprimente.
Dolente e fiera, depositaria di un'innocenza ancestrale, la Giovanna del Processo di Giovanna d'Arco, 1962, è un'icona dell'alterità Processo di Giovanna d'Arcooppressa, della diversità impassibile ed oltraggiosa. Il manicheismo metafisico di Bresson, scandito in una micidiale struttura centrata sull'alternanza di campo e controcampo (che ottiene il massimo della resa emotiva dal massimo della rarefazione), si configura nello scontro estremo e definitivo tra due forze inconciliabili. L'incomunicabilità tra il sistema/istituzione/mondo, chiuso in una impenetrabile ottusità e l'individualità innocente, si fa assoluta. Gli eroi di Bresson non sanno che opporre al Male la loro radicale ribellione, la silenziosa rivolta connaturata alla loro presenza, al loro essere ed esserci (non ci sarà più spazio, a partire dagli anni '60, per una attività oppositiva: essere significherà opporsi), destinata ad un fallimento inevitabile ma in definitiva necessario all'affermazione della propria umiliata ed offesa identità. Perfettamente cosciente o puramente dettata dall'istinto, la rivolta-Passione avrà la stessa valenza di apocalittica denuncia: il raccoglimento mistico e morale del curato o di Jeanne d'Arc sarà paragonabile all'innocente ed umanissimo martirio dell'asino Balthazhar di Au hazard Balthazar, 1966, o a quello innocente e selvatico di Mouchette, 1967.
Opera di straordinaria complessità tematica e compositiva, intrisa di spiritualismo biblico, contaminazioni esoteriche, reminiscenze letterarie (ancora Dostoevskij agisce silenziosamente nel fondo della scrittura bressoniana), dotata di un'autentica purezza visiva che informa un'esposizione narrativa artatamente frammentaria e disarticolata, Au Hazard Balthazar rappresenta uno dei vertici assoluti dell'arte di Bresson. L'esistenza umanizzata dell'asino, dall'infanzia felice, alla sofferenza dell'età adulta, alla Passione (correlativa alla disumana esperienza della padroncina Marie) si iscrive in percorso iniziatico, mistico, perfino cristologico, in cui Balthazar, guidato dalle segrete combinazioni del Caso, conosce le più diverse forme della crudeltà del reale. Mouchette - Tutta la vita in una notte, nuovo adattamento da Bernanos (Nouvelle histoire de Mouchette) è la variante fisica e terrestre di Au hazard Balthazar: Bresson addensa nella rarefazione espressiva della sua scrittura una materialità greve ed opprimente, che inghiotte (letteralmente: Mouchette scivolerà per gioco nel torrente, in uno splendido finale dai toni quasi liturgici) la rivolta dolorosa della ragazzina/animale in trappola.
Del 1969 è Così bella, così dolce, primo adattamento dichiarato da Dostoevskij (La mite) e primo film a colori del cineasta di
Bromont-Lamothe: trasferendo l'azione dalla Pietroburgo di fine XIX secolo nella Parigi degli anni '60, Bresson stila un resoconto della Così bella, così dolcemoderna civiltà urbana non meno agghiacciante di quello già tracciato a proposito della arcaica società rurale francese (da Il diario, a Balthazar, a Mouchette). Una modernità isterica, contrassegnata da un'irrimediabile assenza di valori, dominata da una volgare avidità, ingloba l'incubo esistenziale/sentimentale di una femme douce, sposa di un usuraio, che reagisce col suicidio alla nevrosi e alla frustrazione. Due anni dopo, ancora un adattamento da Dostoevskij (Le notti bianche): ambientato nella notturna liquidità di una Parigi contemporanea, Quattro notti di un sognatore, 1971, tratteggia nell'infelice vicenda sentimentale del pittore Jacques il senso di una onirica, autistica dissociazione dal reale. Lo stile di Bresson allenta il proprio rigore, ma l'astratta malinconia che sostanzia il film conserva un suo fascino particolare. Crudo, stilizzatissimo, pervaso da un dilatato senso di morte e disfacimento che sembra impossessarsi delle cose, degli uomini, degli animali, Lancillotto e Ginevra, 1974, nei pensieri del regista fin dal 1952, segna uno degli esiti più alti dell'ascetismo visivo e morale di Bresson. La società arturiana dell'epica medioevale non ha nulla di nobile o magico: Bresson ne propone una lettura profondamente realistica, materiale, concretissima, pervenendo ad una raggelante riflessione sulla Storia come ripetersi ciclico di violenza e distruzione. La ricerca del Graal si è trasformata in una meschina lotta di potere, la corte è dispersa, divisa da tradimenti e macchinazioni e tutto appare privo di significato: il senso del sacro è definitivamente scomparso da questo mondo lontanissimo dal mito ed anzi perfettamente storico e tragicamente moderno. Il pessimismo integrale di Bresson si è radicalizzato in modo irreversibile, sviluppando un percorso di pensiero maturato all'incirca alla metà degli anni '60 (ma va ricordato che già Balthazar era stato progettato, come il Lancilloto, nel '52).
Il diavolo probabilmente ...Gli accenti di un impassibile nichilismo pervadono un'opera livida e cupa come Il diavolo probabilmente…, 1977, la cui violenta incisività viene in parte dispersa in un impianto a tratti eccessivamente didascalico (i fin troppo dichiarati ragionamenti su politica, religione, scienza, psicanalisi, ecologia,…). Ma la costruzione visiva, la recitazione perfettamente automatica degli interpreti, ed uno straordinario finale (il suicidio/omicidio di Charles), sorretto da una quasi allucinata definizione della brutalità umana, lasciano un segno indelebile.
Nuovamente ispirato a un racconto letterario (La cedola falsa di Tolstoj), L'argent, 1983, che conclude la straordinaria esperienza del cinema bressoniano, è un film autenticamente apocalittico, stilizzato all'inverosimile, concentrato: un capolavoro di assoluta rarefazione che immerge il proprio sguardo spietato ed immobile (come attonita di fronte al reale, la mdp di Bresson ha smesso di muoversi) nell'inferno della modernità, divorata dal Male, assediata da un quotidiano senso dell'orrore, irrimediabilmente avvinta alle volgari ragioni del denaro. Tutto è travolto dalla distruzione: il naufragio esistenziale di Yvon – vittima suprema dei diabolici percorsi del Caso, segretamente orchestrati dal potere sovrano dell'argent – virerà automaticamente, irreversibilmente, nella carneficina finale. Dopo L'argent, nel 1985, viene definitivamente meno l'ipotesi di realizzare La genesi, un antico progetto del regista (anche questo databile al 1952 e già fallito nel 1963), mentre un anno dopo cade anche il progetto de La belle vie. Progressivamente isolato dai grandi circuiti produttivi che non intendono rischiare fondi con un autore a tal punto distante da tutte le logiche dello spettacolo, Bresson non è più tornato a girare ed è morto il 18 dicembre 1999. Il suo cinema è di quelli che non si tramandano.

( Tratto da un testo di  Luca Venzi ).

FILMOGRAFIA COMPLETA
Les Affaires publiques (1934)
La conversa di Belfort (Les Anges du péché) 1943
Perfidia (Les Dames du Bois de Boulogne) 1945
Il diario di un curato di campagna (Journal d'un curé de campagne) 1950
Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s'est échappé ou Le vent souffle où il veut) 1956
Pickpocket (1959)
Il Processo di Giovanna D'Arco (Le Procès de Jeanne d'Arc) 1962
Au hasard Balthazar (1966)
Mouchette-Tutta la vita in una notte (Mouchette) 1967
Così bella, così dolce (Une femme douce) 1969
Quattro notti di un sognatore (Quatre nuits d'un rêveur) 1971
Lancillotto e Ginevra (Lancelot du Lac) 1974
Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement) 1977
L'Argent (L'Argent)1983

Links sull'opera filmica di R. Bresson :
http://www.arts.uwaterloo.ca/FINE/juhde/gorl001.htm
http://www.sensesofcinema.com/contents/00/7/cteq/bressonian.html
http://members.netscapeonline.co.uk/jameswtravers/nf_rbresson.html
http://www.hal-pc.org/~questers/BRESSON.html
http://www.edfilmfest.org.uk/programme/retro.html
http://www.dromo.com/fusionanomaly/robertbresson.html
http://www.filmlinc.com/fcm/5-6-99/bresson.htm
http://www.catholic.net/RCC/Periodicals/Crisis/Apr96/lauder.html
http://http://www.insideout.co.uk/eiff/feats/f_bresson.htm
http://intercity.shiny.it/theMOVIEconnection/pagine_speciali/bresson.htm

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