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Au
hazard Balthazar
di
Robert Bresson (1966)
Da una recensione
di Piero Scaruffi
Au
hazard Balthazar è un altro film-diario come 'Il diario di
un curato di campagna', ma questa volta l'ideale diarista è un asino,
il quale passa di mano in mano in un villaggio rurale fino alla morte.
Lo
scopo del film non può essere perciò quello di analizzare
la psicologia del diarista (asino, borseggiatore, curato o detenuto che
sia), bensì quello di enumerare gli eventi che ne condizionano l'esistenza
e quello di censurare il comportamento dei peccatori che alimentano tali
eventi.
L'asino
è dapprincipio proprietà del maestro, la cui figlia si è
degradata mettendosi con un gruppo di giovinastri e dimenticandosi il fidanzato
lontano; viene venduto a un fornaio crudele che lo bastona e alle cui dipendenze
lavora come garzone uno dei giovinastri; il padrone successivo è
un vecchio che fa la guida per i turisti, che muore ubriaco; l'asino viene
messo a girare il mulino del mugnaio, che approfitta della ragazza sorpresa
a rubare; mentre la ragazza è vittima di altre traversie (i ragazzi
della banda la picchiano, il fidanzato torna in paese, suo padre muore),
l'asino viene rubato dal garzone, un tipo violento che ora si è
dato al contrabbando; e durante la prima missione incappano nella polizia
e l'asino, ferito, viene abbandonato al suo destino.
l'affresco
rappresenta il male che si diffonde fra gli uomini (sostanzialmente sesso
e denaro). l'asino è il diarista; l'asino è il martire, ed
è, per antonomasia, il testardo: tutti i personaggi di Bresson convengono
in questo modello essenziale (sia pure paradossale). l'asino attraversa
il breve spazio della sua esistenza portando solitario il suo carico di
dolore, sorta di totem per rituali propiziatori e mistificatori, sorta
di Cristo ridotto agli attributi fondamentali di umiltà e martirio,
sorta di agnello sacrificato, sorta di inanimata cinepresa che gira per
le strade del paese filmando in presa diretta il comportamento degli abitanti.
La vicenda parallela è un altro filo conduttore; soddisfa alle proprietà
di ribellione e martirio. l'asino e la ragazza rappresentano il modello
positivo (il curato) e quello negativo (il ladruncolo), l'uno rassegnato
ad accettare tutto ciò che viene dalla vita, l'altro testardamente
proteso verso l'autodistruzione come massimo gesto di ripudio della vita.
Mouchette
- Tutta la vita in una notte
di
Robert Bresson (1967)
Da una recensione
di Piero Scaruffi
La
parabola di Mouchette [(1967) da Bernanos] ritorna alla missione pastorale
di Bresson, facendo ancora leva sulla compassione per gli umili e i martiri
che conducono una vita inerme in mezzo alle molteplici presenze del male.
Tratto
dal romanzo di Bernanos, il film segue passo a passo le avventure dell'adolescente,
buona e innocente, vestita di due poveri panni, maltrattata dal padre,
incompresa dalle sue compagne di scuola, l'infelice che deve assistere
la madre morente e crescere il fratellino in fasce, che aiuta un bracconiere
epilettico, violentata da lui, evitata dalle altre donne, totalmente sola
dopo la morte della madre, e che si suicida infine con un gioco infantile,
rotolando dal prato dentro lo stagno: soltanto un tuffo nell'acqua.
La
cupa vibrante arringa di Bresson contro la crudeltà degli uomini
si tinge di delicata poesia, di pianto sommesso e sdegnato; Mouchette è
una creatura innocente oltraggiata dall'umanità, è l'agnello
sacrificale, ma non un asino astratto e paradossale: è una bambina
che si suicida per la disperazione. Mouchette è la versione umana
(poetica e sentimentale) di Balthazar: il candore, la solitudine, la vergogna
di una passione di Cristo.
Un
cinema di rara presenza connotato fin da principio da alcune scelte impopolari:
attori non professionisti, contrappunto fra immagini e suoni, frammentazione
della trama, allegoria del calvario cristiano. Bresson è sensibile
soprattutto a tre modelli letterari: il torbido psicologismo dovstoevskiano,
l'accorato cristianesimo di Bernanos e il teatro didascalico dello straniamento.
Stilisticamente
questo asceta del cinema ha pochi eguali; forse Ozu per il modo sacrale
di usare la macchina da presa (anche se i due concetti di sacro divergono,
derivando l'uno da una religione scintoista basata sul culto degli antenati
e l'altro da una religione cristiana basata sul culto del martirio).
Bresson,
così radicale nel suo progetto di cinema antispettacolare, ab-reductio,
così rigoroso nel suo cinema etico (metafisico, ecumenico) e così
vicino al cinema-verità (documentario, straniamento), rappresenta
un punto fermo nel progresso verso la nouvelle vague.
Pickpocket
di
Robert Bresson (1959)
Da una recensione
di Piero Scaruffi
Pickpocket
(1959) è la storia di un ragazzo inquieto, solitario e ribelle,
che affascinato dalla pratica del furto (come da un rituale di liberazione)
si istruisce alla scuola di tagliaborse e scippatori e poi si esercita
sulla metropolitana; nonostante gli ammonimenti paterni di un commissario,
la
morte della madre e il rapporto amoroso con una ragazza che accetta con
rassegnazione il proprio destino, il ladruncolo non sa resistere alla tentazione;
finchè deve fuggire all'estero per evitare l'arresto; ma, stanco
e confuso, torna e si costituisce; quando l'amica lo va a trovare in carcere,
illuminato dal suo disinteressato e fedele affetto, si redime.
Parafrasando
Dovstoevskij (Delitto e castigo), Bresson segue l'assuefazione al vizio
di un giovane innocuo, un bravo ragazzo che vive in una stanzetta spoglia
e non dà fastidio a nessuno; ma dentro è roso dal nichilismo
(dall'ateismo) e ciò lo spinge a ripudiare le leggi dell'esistenza
borghese secondo una logica ferrea, che non è spiegata, ma che lui
ha trovato e tiene per buona fino a prova contraria (sostanzialmente esorcizzare
la mediocrità della propria vita con la propria abilità);
soltanto quando trova il suo Dio (l'amore della ragazza) l'incubo ha termine.
Se
per l'affinità della trama Pickpocket ricorda Les anges du péchè,
se ne discosta per un'infinita maturazione nella gestione del melodramma,
là teatrale, qua frantumato e decantato, teso e essenziale.
Diversamente
si conclude la lotta testarda della pulzella d'Orleans in Le proces de
Jeanne d'Arc (1962); lei, credente, afferma l'esistenza di Dio nonostante
l'ostilità alle sue idee di un'intera società; è una
svolta nel cinema di Bresson: il personaggio modello (quello seguito attraverso
le sue confidenze ideali a un diario ideale) non cerca più, ma piuttosto
deve difendere ciò che ha trovato dall'ottusità e dalla malvagità
dei suoi simili.